Archive for the ‘2010’ Category

Notte folle a Manhattan

Assurdo, ma non per questo sgradevole o fastidioso… divertente proprio perché assurdo.

“Notte folle a Manhattan” è un film surreale, quasi inverosimile, però carino, simpatico e divertente. Bravi gli attori a mettere in scena le incertezze e le monotonie coniugali della coppia media e a vestire d’ironia anche scene piene d’azione.

Per fortuna, per ritrovare la passione di un tempo, non c’è bisogno di rischiare di passare all’altro mondo in una nottata di sparatorie e demenzialità.

LA TRAMA

Claire e Phil Foster sono una coppia come tante: sveglia presto, bambini iper-attivi e rompiscatole al punto giusto, vita ripetitiva e babysitter usuraia.

I Foster vogliono trascorrere una serata diversa e frizzante (speriamo di passarla anche noi al cinema) e per questo si tirano a lucido e partono alla volta di New York per cenare in uno dei locali più alla moda della Grande Mela.

Poiché per recuperare un tavolo il tempo d’attesa è pari al mesozoico, i due decidono di appropriarsi della prenotazione di un’altra coppia ed iniziano a mangiare come se tornassero in quel momento dall’attraversamento a piedi del Sahara.

Una volta pieni e vergognosamente alticci, Phil e Claire vengono avvicinati da due loschi uomini che, minacciandoli con delle armi, gli ordinano di restituire loro una certa chiavetta USB.

E’ chiaro che c’è un equivoco e che sono stati scambiati per la coppia assenteista del ristorante.

Qualunque persona normale avrebbe provato a spiegare il malinteso ma, dopo gli effimeri tentativi, il marito fa credere di essere l’uomo che stanno cercando, salvo scappare con la moglie rincorso dalle pallottole.

I due fuggiaschi chiedono aiuto ad un cliente di Claire, che passerà tutto il film a sbatterci in faccia i suoi unti pettorali. Da qui in poi i Foster dovranno vedersela con strani individui, proiettili, tassisti svitati e locali notturni, il tutto mentre si adoperano alla distruzione totale di New York, riuscendoci in modo più efficace di quanto accade nei migliori film catastrofici.

Alla fine i Foster troveranno la chiavetta e smaschereranno gli scheletri nell’armadio di un importante procuratore pervertito, per il quale si esibiscono in un numero sexy a dir poco riluttante.

Tutto si risolve, i due ritrovano la passione di un tempo e capiscono che non c’è nulla di meglio della semplicità della vita di sempre e dell’amore che provano l’uno per l’altra….e della trattoria dietro casa dalla quale non si staccheranno mai più.

Un film carino, divertente, poco impegnativo e ben recitato. Un po’troppo scontato in alcuni tratti, ma ciò non guasta con la leggerezza che, tutto sommato, si prefigge.

Non è un film da esaltare, ma non è certamente un film da disprezzare per una serata diversa…preferibilmente non come quella dei poveri Foster.

Basilicata Coast to Coast

Premetto che mi è davvero difficile recensire questo film, perchè ho una grandiosa simpatia per Rocco Papaleo: un attore che come pochi mi comunica un senso di profonda familiarità. Sarà la sua estrazione meridionale, sarà la sua simpatia immediata, non lo so.

Così mi è difficile dire male di un suo film, il suo esordio alla regia, per giunta.

Eppure questo “Basilicata Coast to Coast” non mi ha convinto: è debole, parte da un’idea di fondo che definire flebile è poco, ma proprio per questo poteva essere riempita di “pane, amore e fantasia”. La storia non decolla, il racconto della splendida Basilicata si riduce ad una rapida carrellata di diapositive in lontananza e non si avvertono sapori e odori, ma sembra di leggere una definizione di Wikipedia sulla Regione.

Il finale vuole essere una virata improvvisa per sviare dalla ovvia conclusione di una delle vicende personali dei protagonisti (non vi svelo quale), ma lascia un senso di ulteriore incompiutezza. E’ un film che non matura.

Note a margine: la Mezzogiorno sempre più femmina, e Michela Andreozzi (che nel film interpreta la moglie del protagonista) per la quale ho un debole sin dai tempi di Italia 1.

Da vedere, ma solo per amor di patria. E di Papaleo :) Provaci ancora, Rocco!

Genitori e figli: agitare bene prima dell’uso

La prima cosa che mi ha incuriosito e avvicinato a questo film è stato il cast, ben nutrito di nomi altisonanti. Attori tra i più quotati del cinema e dello spettacolo italiano, vera garanzia di competenza e professionalità. Quello che più mi ha lasciato sbalordito al riaccendersi delle luci è stato, invece, il modo in cui questi grandi interpreti abbiano fatto da preziosa cornice ad una tela in realtà abbastanza discutibile.

Discutibili sono anche i ruoli dei protagonisti, recitati in modo ineccepibile, ma che difficilmente suscitano un briciolo di simpatia o partecipazione.

Littizzetto e Orlando nei panni dei genitori che predicano bene e razzolano male, intenti a spolverare i loro numerosi scheletri nell’armadio. La Buy quasi non pervenuta; Elena Sofia Ricci, che in due scene complessive riesce a snocciolare un repertorio di parolacce che manco ad una gara di rutti tra scaricatori di porto ubriachi. Propizio fotocopia della fotocopia di se stesso in qualunque “cinepanettone desichiano”, Placido e Fachinetti (figlio di Ornella Muti) messi lì a rappresentare (nel modo peggiore possibile) il dialogo generazionale tra padre e figlio, in un maremoto di ostilità e pregiudizio da far accapponare la pelle.

Agitare bene prima dell’uso, suggerisce solennemente il sottotitolo, ma se c’è qualcosa che non manca in questo film è l’agitazione, a tratti isterismo, di alcuni personaggi.

LA TRAMA

Tramite il cigolante fuoricampo di Nina (Chiara Passarelli) ci tuffiamo nel suo tema scolastico su “Genitori e figli”, tema in cui la giovane fanciulla ci racconta la sua vita, che per comodità chiameremo: “circolo vizioso di stereotipi e luoghi comuni sui giovani contemporanei, estremizzato in improbabili e imbarazzanti assurdità”

Nina è figlia di separati (Littizzetto e Orlando). Sua mamma è caposala in un ospedale ed intrattiene una relazione clandestina con un collega (Max Tortora); Suo papà invece, pur non essendo Capitan Findus, abita su una barca e, a sua volta, intrattiene una relazione clandestina con una donna (Elena Sofia Ricci). La coppia ha anche un altro bimbo, Ettore, segni particolari: razzista.

Nina non ha ancora avuto la sua prima volta. A rimediare a questa “vergogna” ci sono le sue amiche, campionesse olimpiche di “applicazione del profilattico”, che prendono a cuore le disgrazie della poverina e l’addestrano davanti scuola a cimentarsi nella suddetta disciplina facendo pratica con una carota (o forse era un wurstel?). Dato che “la prima volta è un fatto tecnico e non di sentimento” in questa scuola c’è l’usanza che le ragazzine facciano la fila per essere sverginate da un cinese nella palestra dell’istituto. E io che al liceo per trovare una ragazza avevo bisogno dell’intercessione congiunta della Madonna di Fatima e di quella di Lourdes…questo non solo ha un’attività ben avviata, ma ha anche la fila davanti alla porta.

Altra scena da non perdere è l’apparizione messianica di Gianna Nannini che, con il suo cammeo, ci ricorda che basta un autografo a capire che in fondo genitori e figli si vogliono bene, anche se hai sputtanato pesantemente tuo padre su youtube. Tra incomprensioni, riappacificazioni e situazioni surreali, Nina riesce a trovare il ragazzo giusto con cui compiere il grande passo, anche grazie all’aiuto della nonna che, in punto di morte, riesce a riavvicinarsi a suo figlio, che fino al giorno prima parlava di lei come Lucifero in gonnella.

Attorno al plot si sviluppano marginalmente anche altre vicende genitore-figlio, in cui i ruoli si capovolgono a ricordarci che, tra contraddizioni e sbagli da entrambi i lati, nulla può rompere realmente il legame profondo che c’è tra i genitori e i propri figli.

Il film, oltre a mostrare una miriade di situazioni sconcertanti (stendiamo un velo pietoso sul fatto che la ragazzina, pur di uscir la sera, rifila al fratello xenofobo una dose equina di tranquillanti aspettando che crolli letteralmente a terra), guarda al mondo dei giovani con estrema superficialità. Ciò traspare sia dalle battute più insignificanti, sia da quelle più centrali. La cosa che lascia allibiti è che molte frasi sembrano apparentemente casuali ma, a rifletterci bene, sono usate proprio per il preciso scopo di sottolineare un modo di essere dei giovani superficiale ed immaturo.

Quando capiranno che i giovani d’oggi non sono tutti così? Quando smetteranno di dipingere i giovani come superficiali quando i primi ad essere superficiali sono proprio loro che si ostinano a rappresentarci così? Capisco che molti giovani sono davvero così, ma caspita, ce ne fosse uno nel film che non ricalca questi canoni. Ce ne fosse uno che rappresenta il vero lato dei giovani, quello della maggioranza, quello meno facile e scontato da rappresentare. Il lato più bello, più sensato e più profondo di un mondo da sempre sottovalutato, che ha non tanto, ma TANTISSIMO, da dire e da dare… e mi sorprende che una personalità attenta, qual è Veronesi, non l’abbia tenuto in considerazione.

L’uomo nell’ombra

Lasciamo perdere le questioni private e giudiziarie di questo regista e restiamo ai fatti: Roman Polansky è semplicemente un genio, uno di quei registi capaci di assorbire le atmosfere di un romanzo e restituire agli spettatori quella stessa letteratura di cui sono intrise le pagine lette.

E di letteratura, di fatto, si parla in questo film dal sapore hitchcockiano: la letteratura che nobilita, che millanta, che svilisce una persona e può riscattarla. Il personaggio principale è il classico vaso di coccio capitato controvoglia in una storia che da subito sembra più grande di lui: stimolato ai limiti dell’aggressione da un agente troppo ‘rampante’, non ha il tempo di decidere per lui e affronta l’impresa di riscrivere una enorme biografia in poco meno di un mese.

La vita di una persona è ciò che si intuisce tra le righe, e molti particolari che sembrano secondari finiscono per emergere in tutta la loro drammaticità: il regista si sistema in mezzo, tra la storia e le vicende dei personaggi (privati ad arte di ogni contesto, sotto un cielo plumbeo e piantati su platee teatrali fatte di mobili minimalisti), e finisce per renderci fuggiaschi.

Film splendido che rende davvero l’idea di quanto sia diversa la cinematografia degli esordienti da quella delle vecchie volpi. Consigliatissimo.

Sherlock Holmes

Mai crearsi delle aspettative! Eh si, forse ci aspettavamo qualcosa in più dal nuovo film di Guy Ritchie, non che Sherlock Holmes non sia un bel film, tutt’altro, ma avremmo gradito qualcosa in più.

Si sa Londra è una città tanto affascinante quanto pericolosa, e lo era di più a fine Ottocento. Incantevoli e avvenenti donne si contrappongono a omicidi, sparizioni, decapitazioni e società segrete. Il mitico Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.) con il fido Watson (Jude Law), dopo aver risolto il caso di un serial killer e assistito alla sua morte, trova finalmente un intrigo alla sua portata e l’occasione per poter utilizzare i suoi nuovi oggetti “high tech”. Si sussegono così eventi e avvenimenti tanto strani e intricati quanto avvincenti, che portano l’investigatore ad aiutare Irene Adler (Rachel McAdams) nella ricerca di un uomo, in qualche modo legato al serial killer “morto”.

Un film senza dubbio molto avvincente, pieno di azione e suspance, immerso in ottime ambientazioni e superbi attori.

Frase da ricordare: “Non vi è nulla di più fuorviante dell’ovvio”