Archive for the ‘perfectstrangers’ Category

Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo

Il caldo è asfissiante, la respirazione latita e i pensieri vanno a farsi benedire. E’ veramente difficile, in questo clima rovente, riuscire ad analizzare con cura un qualsiasi film. Le visioni sono libere e piacevoli, ma i commenti lasciano il tempo che trovano. Perciò ho deciso che sia giunto il tempo delle agognate ferie anche per questa rubrica, non tanto perché il suo curatore debba partire (mi sa che quest’anno vedrò la partenza col binocolo…), ma perché sarebbe difficile averne cura con la dovuta attenzione. Ma non preoccupatevi, il mio saluto estivo sarà accompagnato da un ulteriore film, un ultimo sforzo prima di rivederci a settotnovedim…bre! (:-D)

La mia scelta stavolta vi stupirà! Molti di voi, guardando le passate recensioni, potranno dire che sono diventato matto, ma in realtà non è così. Stavolta voglio parlarvi di un film leggerissimo, digeribilissimo e divertentissimo, che ha segnato la mia adolescenza per le numerose visioni. Non è assolutamente un capolavoro; non è un film d’autore; non è per niente Perfect, ma è di sicuro Stranger. Chi mi conosce bene sa quanto io adori le storie dei pirati. Conosco moltissimi film sull’argomento ma non sempre sono all’altezza della situazione. Quello di cui parlerò oggi è un film sui pirati, non di grande qualità ma di indubbio divertimento. Barbagialla, il terrore dei sette mari e mezzo è stato realizzato nel 1983 da un tale Mel Damski, regista di modesta fama e non memorabile talento. La trama è precaria e sgangherata, modellata alla meno peggio sul blasonato L’isola del tesoro di Stevenson. Il cast invece è di tutto rispetto, visto che annovera tra le sue file alcuni membri dei Monty Python, tra cui lo stesso protagonista Graham Chapman, e un”accoppiata reduce da Frankenstein junior, Peter Boyle e il grande caratterista britannico Marty Feldman, scomparso proprio durante le riprese di questo film. La galleria di personaggi è notevole, ma su tutti spiccano a mio parere proprio Feldman, che da volto al viscido e servile marinaio Gilbert, e John Cleese (altro Monty Python), nei panni di Aquila, spia “cieca” dei servizi segreti. C’è spazio anche per James Mason, nella parte dell’austero ma non troppo capitano Hughes, e per un cameo di David Bowie, un torturatore travestito da squalo. Il film procede caoticamente, unendo gag a non finire e momenti spettacolari, in una ricostruzione storica non del tutto approssimativa. La sceneggiatura purtroppo non brilla e spesso lascia momenti di vuoto nella compattezza della pellicola. Questo rende ancor più difficile la regia di Damski, che tra la miriade di personaggi non riesce a barcamenarsi sempre nel verso giusto. Insomma, un film ricchissimo di imperfezioni, certo, ma a tratti davvero esilarante. Un divertimento puro e spensierato che nessuno di noi dovrebbe negarsi. Non sarò matto, dunque, se nella mia galleria di film di spessore inserisco anche questa pecora nera; servirà a dar colore e brio a una compagnia a volte troppo seriosa.

Qualche ultima nota, come di consueto, sulla reperibilità. Sarò tra i pochi a conoscerlo in Italia, visto che ho avuto la fortuna di riceverne una copia in videocassetta (doppiata) da amici di famiglia, che l’avevano addirittura noleggiata. Me ne innamorai subito e continuo a custodirla gelosamente visto che è quasi impossibile procurare un supporto originale. DVD manco a parlarne, esiste solo qualche vecchia videocassetta che qualcuno mette raramente in vendita su eBay, a prezzi spropositati. La cosa più grave è che non ho mai notato un solo passaggio in TV, neanche nelle più piccole reti locali. Non so dunque come possiate procurarvelo, ma avevo voglia di segnalarvelo comunque. Magari, durante le vostre giornate al mare, avvisterete all’orizzonte un galeone minaccioso. State attenti, “i Barbagialla sono molto più pericolosi da morti che da vivi !” (Cit.)

Focose vacanze a tutti! Alla prossima… (Tra qualche mese…)

Kukushka – Disertare non è reato

Bonjour mes amis! Questa settimana ho tentennato un bel po’ prima di buttare giù qualche riga, a causa di un gran mal di denti che mi attanaglia da qualche giorno. Avrei scelto un film in cui ci sia qualcuno nella mia stessa situazione, ma l’unico che mi veniva in mente era Mortacci (non vostri…), in cui Gassman appare fin dalle prime scene con un fazzoletto che gli serra la mandibola per un terribile dolore ai molari. Visto però che la cartuccia era già stata sparata la settimana scorsa ho dovuto optare per qualcos’altro, di argomento del tutto diverso.

Kukushka – Disertare non è reato è un film del 2002, diretto da Aleksandr Rogozhkin, regista russo semisconosciuto dalle nostre parti. La storia è ambientata nel 1944, durante la seconda guerra mondiale, quando l’esercito finlandese, per via dell’alleanza con i nazisti, combatte contro l’Unione Sovietica. Il titolo “Kukushka” (Cuculo) deriva proprio dall’appellativo che riservavano i soldati sovietici ai cecchini finlandesi. I protagonisti sono tre, due uomini e una donna. I primi, pur essendo nemici, vivono una storia parallela: Veikko, cecchino finlandese (Kukushka appunto), e Ivan, soldato dell’armata rossa, riescono a sfuggire alla pena di morte inflittagli dai rispettivi eserciti per diserzione e si rifugiano in una fattoria isolata tra le immense steppe. Qui conoscono Anni, una giovane lappone rimasta vedova da qualche anno, che li accoglie senza prestar cura alle loro divise avverse. Tra siparietti tragicomici e battibecchi esilaranti iniziano un periodo di convivenza segnato da un’incomprensione di fondo: parlano ognuno una lingua differente. Nonostante questo la storia fila liscia ed è godibilissima, basando proprio sui momenti di fraintendimento le scene migliori. L’incomunicabilità diventa dunque tema portante e si va a mescolare alla solitudine iniziale dei tre personaggi, uniti dalle circostanze nonostante le diversità culturali e l’ostilità del contesto storico. Due nemici si trovano a convivere in un luogo neutrale, e pur imbattendosi in incomprensioni linguistiche e continui scontri caratteriali finiranno per diventare amici, intrecciando il loro percorso frenetico e stanco a quello fresco e sereno della giovane lappone. Il messaggio è chiaro, apparentemente scontato e banale: è un film pacifista, che si basa fondamentalmente sul “fate l’amore, non la guerra”, ma lo fa in modo del tutto nuovo e con uno stile semplice ed apprezzabile. Il regista riesce a delineare con precisione i caratteri diversi dei protagonisti, accomunandoli con le stupende riprese paesaggistiche della solitaria e suggestiva pianura lappone. Il contesto storico non viene delineato con minuzia, serve soltanto da input iniziale alla storia. Le vicende vanno più facilmente inserite in un contesto atemporale, in una dimensione parallela e onirica. Molto bello anche il finale, di forte impatto lirico, ma che evito di raccontare per non farvi perdere il gusto della visione. Simpaticissimi i tre attori, soprattutto la bella Anni-Christina Juuso, che riesce a rappresentare con la freschezza del suo sorriso il personaggio che fa da perno a tutta la storia, una contadina sempliciotta ma generosa, che crede nell’amore e nelle formule magiche come superamento dei mali. Un film che vuole dunque opporsi con fermezza alla crudeltà e alla follia omicida degli uomini, grazie alla pura semplicità dei valori positivi, quali l’amore, l’amicizia, la generosità e il forte legame con la natura.

La confusione dei linguaggi viene ben trasmessa anche nella versione italiana: infatti ad essere doppiato è il solo soldato finlandese, mentre il sovietico e la lappone vengono sottotitolati. Nonostante questo si riesce a seguire benissimo le vicende e anzi la promiscuità di linguaggi rende a mio avviso ancor più piacevole la visione. Reperibilità? Limitata, ovviamente. Esiste una versione in DVD, ma a quanto ho visto non è acquistabile facilmente nei negozi e soprattutto non si trova nei maggiori Shop online, a parte qualche eccezione. Potreste trovarlo in siti minori, altrimenti dovrete pregare Ghezzi di rimandarlo in TV. Difficilmente credo che possa essere trasmesso in emittenti televisive che non siano Raitre o tutt’al più RaiMovie. Del resto quasi tutti i film est-europei, compresi i più recenti (questo è del 2002) hanno scarsa visibilità da queste parti.

Stringendo i denti (Ahiiiii…) vi saluto. Al prossimo P/S!


Mortacci

L’estate ormai sembra essersi definitivamente insediata, i palinsesti si impoveriscono di inutili programmi, sozzerie et similia per dar spazio ad un maggior numero di film interessanti. E’ facile così imbattersi in qualche bel Perfect/Stranger, come quello che ho visto proprio l’altra sera, dopo averlo registrato la notte precedente su Rete 4. Qualcuno magari l’avrà visto, anche per il consiglio di Low Cost, qualcun’altro lo avrà malauguratamente perso. Ne parliamo quest’oggi soprattutto per questi ultimi, con la speranza che riescano a recuperarlo la prossima volta.

Il film in questione è Mortacci, del borgataro per eccellenza Sergio Citti, cresciuto artisticamente sotto la guida del suo mentore Pier Paolo Pasolini, dal quale trae certamente ispirazione per stile e toni. Lo spunto, a quanto pare, è partito proprio da un’idea discussa col maestro, diventata poi realtà con la realizzazione del lungometraggio nel 1989. Come si evince dal titolo, il grande tema portante è la morte, vista e raccontata dai protagonisti in tutte le sue dimensioni, prima, durante e dopo. Infatti, come viene spiegato nella prima parte da Tommaso Grillo, il personaggio più anziano del gruppo interpretato da Galeazzo Benti, loro sono morti, ma lo erano anche prima, quando credevano di essere vivi, e lo saranno ancora dopo, quando saranno liberi dalla loro situazione di attesa. Passano di morte in morte finché ci sarà qualcuno a ricordarli nella dimensione precedente. Tutta la vicenda si svolge all’interno di un cimitero, dove il cinico custode Domenico, interpretato con maestria da un istrionico Vittorio Gassman, depreda le salme senza scrupoli, trafugando dalle loro bare gioielli e vestiti. Il tutto davanti agli occhi delle centinaia di anime che popolano il cimitero, deridendo il comportamento dei presunti vivi. Le anime sono sospese in una sorta di limbo, e dovranno rimanere nei pressi dei loro resti finché ci sarà qualcuno che si ricorderà di loro. Da questo nucleo centrale partono poi le singole storie dei protagonisti, raccontate tutte sotto forma di flash-back, e segnalate da un preciso movimento di macchina, una carrellata in avanti sugli occhi del narratore. Le vicende sono tutte esilaranti, a partire da quella di Lucillo, un giovanissimo Sergio Rubini, soldatino timido e imbranato che partito dal suo paese per una missione militare, ritorna qualche anno dopo ritrovando un mercimonio sulla sua immagine di presunto eroe di guerra; e poi Angelo Cuoco, detto “Scopone”, un playboy da strapazzo interpretato da Andy Luotto, che muore di vergogna a causa della sua “ossessione” per i fondoschiena femminili; e poi un atipico Malcolm McDowell, attore di teatro che a furia di recitare la parte di un uomo morente finisce per morire davvero; e c’è anche spazio per uno “scambio di morto”, il povero Donald O’Brien“scaricato” ad Alvaro Vitali per errore facendogli credere che è il padre morto in America. Collante degli episodi è il trucido Domenico, il custode Gassman, che finirà per unirsi con l’allegra compagnia. Il ritmo e i toni rimangono sempre negli schemi del grottesco, ma non si nasconde un certo clima onirico e diversi messaggi filosofici, secondo le intenzioni dell’autore. Secondo la lezione di Totò la morte viene vista come una livella, dove tutti stanno sullo stesso piano senza blasoni o privilegi; ma la differenza qui sta nel fatto che ci stanno tutti allegramente, il nobile e il borghesuccio, il soldatino e il ladruncolo, senza screzi da “marchese” e “netturbino”.  Anzi, proprio da Gennaro prendono il monito “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive” e deridono i comportamenti dei vivi che vanno a onorare i loro resti al cimitero. La storia procede con toni favolistici, tutto viene visto con serenità e distacco. Si respira un’aria onirica tra le pieghe del racconto, lo spettatore resta allucinato dalle visioni ultraterrene dall’inizio alla fine, rimanendo pervaso da quest’umorismo poetico. L’ironia e il sarcasmo non scadono mai nella volgarità, nemmeno nell’episodio più godereccio, quello di “Scopone” Andy Luotto.

Citti, attraverso il racconto della morte, ci da un’amara ma disincantata riflessione sulla pochezza della vita, sui vani obiettivi, sulla precarietà di ogni cosa e sulla memoria dei defunti. Siamo perennemente morti, anche da vivi. Stiamo nella continua attesa di un passaggio ad una nuova condizione, di cui non sappiamo granché. Le anime del film aspettano la morte dei loro cari, perché solo quando non ci sarà più chi li ricorda sulla terra, potranno lasciare il limbo per passare alla dimensione successiva. Cosa ci sta dopo? Citti non lo dice, non lo mostra e lascia volutamente tutto nell’indeterminatezza. Anche i vivi, dopo tutto non sanno che li aspetta questa permanenza forzata al cimitero, così i morti non conoscono la loro sorte futura. Però aspettano, compiacendosi nel vago. Il regista, con il suo stile da “menestrello di borgata”, riflette e critica amaramente pur dando alla sua storia colori soffusi, un clima crepuscolare che mantiene a galla significati romantici. E colpisce anche la scelta del cast: così come nella morte le anime stanno in una condizione di assoluta parità, qui vengono raggruppati attori di natura ed estrazione diversa come l’immenso Gassman e il giovanissimo Rubini, “l’Arancia Meccanica” MacDowell e lo scanzonato Luotto, l’eclettica Melato e il giullare Vitali. Tutti sullo stesso piano, senza prime donne, e tutti diretti con garbo e grazia pasoliniana da un bravissimo regista quale fu Citti, purtroppo sottovalutato e/o poco conosciuto.

Andiamo alla nota dolente, ovvero quella che ci porta settimanalmente qui a ricercare un film poco conosciuto da segnalare: la reperibilità. Non ho trovato traccia di DVD e a dire il vero non credo ci sia mai stato. Esiste qualche vecchia copia in VHS reperibile a prezzi non indifferenti su eBay, ma nulla di più. Il passaggio in TV dell’altra sera è stato probabilmente un miraggio, non è detto che si potrà sperare di più che in qualche riprogrammazione annuale. E’ un vero peccato, visto che il film merita di essere visto e rivisto, e potrebbe andare anche in prima o al massimo in seconda serata, non essendo un titolo di limitata comprensione. E’ un film assolutamente proponibile al grande pubblico, ma per un fato distorto rimane circoscritto alla ristretta cerchia dei cinefili.

Al prossimo reperto.

Tough Enough

Questa settimana pubblichiamo con un giorno di ritardo, non perché mi sia dimenticato di voi, ma per motivi molteplici che non sto qui ad elencare. Diciamo che abbiamo anche aderito allo sciopero dei telespettatori, di cui ieri vi ha già parlato il Cinefilo Incolto; diciamo pure che volevo compensare il giorno d’anticipo di qualche settimana fa, recuperando con 24 ore di vacanze… ma NON diciamo che io sia in qualche modo triste per la mesta dipartita dell’Italia mondiale, perché me l’aspettavo fin dall’inizio e la ritengo pure il modo migliore per ripartire da zero, mettendo da parte arroganza e fissazioni. Finita l’ampia premessa passiamo al Perfect/Stranger della settimana, da me scoperto poco più di un mese fa, in una solita notte insonne sintonizzata stavolta su La7.

Tough Enough è un film tedesco molto recente, realizzato nel 2006 da tale Detlev Buck, regista semisconosciuto ma che dimostra un discreto talento. La trama è semplice e già vista probabilmente in diverse occasioni: un quindicenne si trasferisce con la madre nella malfamata periferia di Berlino, viene preso di mira dai bulli della scuola e riesce a difendersi entrando in contatto con la mafia turca, per la quale inizia la carriera di pusher. Ma in questo caso non è la storia a colpire bensì il modo di raccontarla, violento, secco, crudo, delineato benissimo da una splendida fotografia dai colori sbiaditi e smorti, da sembrare quasi un bianco e nero. La narrazione è realizzata in flash back, con i racconti del protagonista da una stazione di polizia, e questo dà ancor di più un senso di frammentarietà, una storia spezzetata da ricostruire come in un mosaico. La regia è cupa, rapida, allucinata e allucinogena, spesso segnata da rapidissimi movimenti di macchina capaci di provocare ancor più sgomento nello spettatore. Il film è duro e cattivo, come l’ambiente che vuole rappresentare, un ambiente multietnico in continua lotta per la supremazia. Uno stile moderno e neorealistico allo stesso tempo, che rende la storia “universale”, anche perché rappresentabile nei sobborghi di una qualunque metropoli europea. Bravissimi anche gli attori, su tutti il giovane protagonista David Kross, visto recentemente accanto a Kate Winslet nel film The Reader di Stephen Daldry. Non un capolavoro, ma un’opera che lascia il segno per l’inquietante realtà che riesce ad esprimere in maniera assolutamente onesta.

La mia visione, come ho detto prima, risale a poco più di un mese fa, quando fu presentato in originale con sottotitoli nella notte di La7, all’interno de La 25ª ora. In questi giorni ho scoperto che ne esiste una recente edizione in DVD, sempre sottotilata ma con banalotto titolo italiano Giovane e violento, la cui reperibilità non è comunque semplice. Per una nuova presenza sui palinsesti credo che dovremo aspettare a lungo, a parte qualche fugace apparizione sui canali satellitari.

Per questa settimana è tutto, al prossimo P/S.

Nobody knows

Si torna al sabato consueto, dopo l’anticipo della scorsa settimana, ed è di nuovo tempo di Perfect/Strangers. I mondiali di calcio, per quanto fino ad ora non abbiano riservato particolari emozioni, ci stanno rubando buona parte del tempo libero e di attenzioni. Ciononostante riusciamo a trovare qualche minuto alla ricerca e alla scoperta di qualche buon film finora poco conosciuto. Qualcuno avrà già capito il mio grande amore per i film datati, ma a scanso d’equivoci, per dimostrare che mi occupo anche di cinema recente questa settimana ho scelto un opera del 2004. E legittimo chiedere come sia possibile che un film tanto recente possa rientrare tra i nostri P/S. Beh, avete mai sentito parlare di Hirokazu Kore-eda? No, non è una parolaccia giapponese, bensì il nome di un grande regista orientale, purtroppo poco o nulla conosciuto in Italia, autore di una decina di film, tra i quali spicca senza dubbio Nobody Knows, il titolo che presenteremo questa settimana.

Nobody Knows è un capolavoro. Frase semplice, secca, diretta, senza fronzoli o abbellimenti. Parto direttamente da questa dichiarazione “forte”, senza bisogno di arrivarci per gradi. Kore-eda racconta una storia basata su eventi realmente accaduti, un fatto di cronaca giapponese che ha dell’incredibile. Quattro fratelli vivono segretamente in una casa, senza mai poter uscire, senza mai andare a scuola, con la madre che va e viene sempre meno, fino ad abbandonarli completamente. Unico dei quattro ad avere il permesso di uscire è Akira, il maggiore, costretto a crescere troppo in fretta per prendersi cura dei più piccoli, dei quali è rimasto unico responsabile. Gli altri devo restare chiusi, senza possibilità neanche di affacciarsi al balcone, perché “Nessuno sa” della loro esistenza, “Nessuno deve sapere”. Se qualcuno scoprisse la situazione, verrebbero immediatamente separati e non potrebbero più vivere insieme. E nessuno di loro vuole questo. Amano la loro piccola vita, nonostante le difficoltà e le amarezze che via via si susseguiranno fino ad un ancor peggiore epilogo. Tutta la storia si gioca sulla dialettica tra sapere e non sapere: i bambini sono figli di padri diversi, non hanno alcun padre legale e la loro nascita non è mai stata denunciata all’anagrafe. Non esistono, dunque, e non possono legalmente andare a scuola. Di questo ne soffrono soprattutto i più grandi, Akira Kyoko, ma accettano la situazione per amore dei fratellini, dai quali non vogliono per nessuna ragione essere separati. Un segreto da non svelare agli adulti, per preservare la sopravvivenza della famiglia. Accettano, dunque, di vivere senza punti di riferimento, senza genitori né guide, in balia del proprio destino.

Il film mantiene un tono pacato dall’inizio alla fine e ciò che sorprende maggiormente è la straordinaria direzione di Kore-eda: non è mai facile dirigere i bambini, qui addirittura i protagonisti sono quattro e riescono ad interpretare i loro ruoli alla perfezione, mantenendo una forte credibilità fino alla triste conclusione. Su tutti spicca ovviamente il giovane Yūya Yagira, che incarna con grande intensità il personaggio di Akira, trasmettendo con fredda precisione tutta l’amarezza e il disagio di un bambino costretto a conoscere la vita adulta troppo in fretta, senza poter vivere la sua adolescenza nel modo spensierato che gli compete. Un fratello maggiore che deve fungere da padre e da madre, mortificando il suo desiderio di istruzione, la necessità di avere degli amici, il sogno di praticare uno sport (il baseball, n.d.r.). Un’interpretazione stupefacente che è valsa al giovane attore addiruttura il  Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes del 2004.

Ciò che più colpisce comunque è, come ho già accennato prima, la grande regia: una cura straordinaria dei particolari, quasi maniacale, che lo porta a dare importanza anche a piccoli gesti comuni, reputati da molti insignificanti, come indossare delle scarpe, cucinare o fare il bucato. Un’attenzione particolare alle scene, quasi sempre girate all’interno di un appartamento, che cambia aspetto man mano che la situazione dei bambini va via via peggiorando, diventando sempre più disordinato, sporco, rispecchiando il caos interiore e il disagio dei protagonisti. Ma non vengono di certo trascurati gli esterni, dove si segnala soprattutto la lunga scalinata che deve sempre percorrere Akira quando va a procurare il cibo, una metafora che indica le aspre difficoltà che la vita gli ha riservato. I movimenti di macchina sono sempre attenti e accurati, mai una sbavatura di troppo, mai capricci da artista. Tutto viene raccontato con sobrietà, a volte in maniera un po’ cruda, ma mantenendo pur sempre quell’aura di poesia che solo la tenera età dei protagonisti può dare. Un regista che non si intromette, narra i fatti così come sono, ma che attraverso le immagini riesce a rendere perfettamente l’universo interiore delle giovani vite in scena. E quella dura infanzia che mostra, nonostante le asperità, riesce sempre a tirar fuori un sorriso, come vediamo nelle diverse sequenze  in cui i bambini giocano insieme, con apparente spensieratezza.

Ancora una volta un film invisibile in Italia, vista l’assenza di DVD, possiamo sperare soltanto in qualche altro passaggio su Fuori Orario, dove anch’io l’ho visto (e registrato…) lo scorso anno. Soltanto Rai3 è sensibile alla sempre ottima cinematografia asiatica, le altre emittenti la snobbano volentieri, anche per la scarsa accessibilità che ha sul pubblico comune. A parte qualche sporadica visione nelle notti di Raiuno La7, potrete trovare solo qualche recente horror sulle reti mediaset. Ovviamente la versione che si può ammirare è esclusivamente sottotitolata; non credo esista un doppiaggio in italiano, ma se anche ci fosse lo sconsiglierei a scatola chiusa. I film asiatici che ho apprezzato di più sono quelli che ho visto in lingua originale: è vero che si fa fatica a seguire i sottotitoli, e dall’ascolto non si riesce a comprendere una cippa, ma le versioni doppiate sono quasi sempre scadenti, con voci inadeguate, toni da soap opera, e falsano spesso il senso del racconto, rendendo le scene ridicole.

Alla prossima settimana, con la speranza che caldo e mondiali non annebbino ancor di più le nostre idee.