Nobody knows

Nobody knows
Regia: Hirokazu Kore-eda
Sceneggiatore: Hirokazu Kore-eda
Cast: Yûya Yagira, Ayu Kitaura, Hiei Kimura, Momoko Shimizu, Hanae Kan, You, Kazuyoshi Kushida, Yukiko Okamoto, Sei Hiraizumi, Ryo Kase
Fotografia: Yutaka Yamasaki
Musiche: Titi Matsumura, Gonzalez Mikami
Paese: Giappone, 2004
Genere: drammatico
Durata: 141 minuti



Si torna al sabato consueto, dopo l’anticipo della scorsa settimana, ed è di nuovo tempo di Perfect/Strangers. I mondiali di calcio, per quanto fino ad ora non abbiano riservato particolari emozioni, ci stanno rubando buona parte del tempo libero e di attenzioni. Ciononostante riusciamo a trovare qualche minuto alla ricerca e alla scoperta di qualche buon film finora poco conosciuto. Qualcuno avrà già capito il mio grande amore per i film datati, ma a scanso d’equivoci, per dimostrare che mi occupo anche di cinema recente questa settimana ho scelto un opera del 2004. E legittimo chiedere come sia possibile che un film tanto recente possa rientrare tra i nostri P/S. Beh, avete mai sentito parlare di Hirokazu Kore-eda? No, non è una parolaccia giapponese, bensì il nome di un grande regista orientale, purtroppo poco o nulla conosciuto in Italia, autore di una decina di film, tra i quali spicca senza dubbio Nobody Knows, il titolo che presenteremo questa settimana.

Nobody Knows è un capolavoro. Frase semplice, secca, diretta, senza fronzoli o abbellimenti. Parto direttamente da questa dichiarazione “forte”, senza bisogno di arrivarci per gradi. Kore-eda racconta una storia basata su eventi realmente accaduti, un fatto di cronaca giapponese che ha dell’incredibile. Quattro fratelli vivono segretamente in una casa, senza mai poter uscire, senza mai andare a scuola, con la madre che va e viene sempre meno, fino ad abbandonarli completamente. Unico dei quattro ad avere il permesso di uscire è Akira, il maggiore, costretto a crescere troppo in fretta per prendersi cura dei più piccoli, dei quali è rimasto unico responsabile. Gli altri devo restare chiusi, senza possibilità neanche di affacciarsi al balcone, perché “Nessuno sa” della loro esistenza, “Nessuno deve sapere”. Se qualcuno scoprisse la situazione, verrebbero immediatamente separati e non potrebbero più vivere insieme. E nessuno di loro vuole questo. Amano la loro piccola vita, nonostante le difficoltà e le amarezze che via via si susseguiranno fino ad un ancor peggiore epilogo. Tutta la storia si gioca sulla dialettica tra sapere e non sapere: i bambini sono figli di padri diversi, non hanno alcun padre legale e la loro nascita non è mai stata denunciata all’anagrafe. Non esistono, dunque, e non possono legalmente andare a scuola. Di questo ne soffrono soprattutto i più grandi, Akira Kyoko, ma accettano la situazione per amore dei fratellini, dai quali non vogliono per nessuna ragione essere separati. Un segreto da non svelare agli adulti, per preservare la sopravvivenza della famiglia. Accettano, dunque, di vivere senza punti di riferimento, senza genitori né guide, in balia del proprio destino.

Il film mantiene un tono pacato dall’inizio alla fine e ciò che sorprende maggiormente è la straordinaria direzione di Kore-eda: non è mai facile dirigere i bambini, qui addirittura i protagonisti sono quattro e riescono ad interpretare i loro ruoli alla perfezione, mantenendo una forte credibilità fino alla triste conclusione. Su tutti spicca ovviamente il giovane Yūya Yagira, che incarna con grande intensità il personaggio di Akira, trasmettendo con fredda precisione tutta l’amarezza e il disagio di un bambino costretto a conoscere la vita adulta troppo in fretta, senza poter vivere la sua adolescenza nel modo spensierato che gli compete. Un fratello maggiore che deve fungere da padre e da madre, mortificando il suo desiderio di istruzione, la necessità di avere degli amici, il sogno di praticare uno sport (il baseball, n.d.r.). Un’interpretazione stupefacente che è valsa al giovane attore addiruttura il  Prix d’interprétation masculine al Festival di Cannes del 2004.

Ciò che più colpisce comunque è, come ho già accennato prima, la grande regia: una cura straordinaria dei particolari, quasi maniacale, che lo porta a dare importanza anche a piccoli gesti comuni, reputati da molti insignificanti, come indossare delle scarpe, cucinare o fare il bucato. Un’attenzione particolare alle scene, quasi sempre girate all’interno di un appartamento, che cambia aspetto man mano che la situazione dei bambini va via via peggiorando, diventando sempre più disordinato, sporco, rispecchiando il caos interiore e il disagio dei protagonisti. Ma non vengono di certo trascurati gli esterni, dove si segnala soprattutto la lunga scalinata che deve sempre percorrere Akira quando va a procurare il cibo, una metafora che indica le aspre difficoltà che la vita gli ha riservato. I movimenti di macchina sono sempre attenti e accurati, mai una sbavatura di troppo, mai capricci da artista. Tutto viene raccontato con sobrietà, a volte in maniera un po’ cruda, ma mantenendo pur sempre quell’aura di poesia che solo la tenera età dei protagonisti può dare. Un regista che non si intromette, narra i fatti così come sono, ma che attraverso le immagini riesce a rendere perfettamente l’universo interiore delle giovani vite in scena. E quella dura infanzia che mostra, nonostante le asperità, riesce sempre a tirar fuori un sorriso, come vediamo nelle diverse sequenze  in cui i bambini giocano insieme, con apparente spensieratezza.

Ancora una volta un film invisibile in Italia, vista l’assenza di DVD, possiamo sperare soltanto in qualche altro passaggio su Fuori Orario, dove anch’io l’ho visto (e registrato…) lo scorso anno. Soltanto Rai3 è sensibile alla sempre ottima cinematografia asiatica, le altre emittenti la snobbano volentieri, anche per la scarsa accessibilità che ha sul pubblico comune. A parte qualche sporadica visione nelle notti di Raiuno La7, potrete trovare solo qualche recente horror sulle reti mediaset. Ovviamente la versione che si può ammirare è esclusivamente sottotitolata; non credo esista un doppiaggio in italiano, ma se anche ci fosse lo sconsiglierei a scatola chiusa. I film asiatici che ho apprezzato di più sono quelli che ho visto in lingua originale: è vero che si fa fatica a seguire i sottotitoli, e dall’ascolto non si riesce a comprendere una cippa, ma le versioni doppiate sono quasi sempre scadenti, con voci inadeguate, toni da soap opera, e falsano spesso il senso del racconto, rendendo le scene ridicole.

Alla prossima settimana, con la speranza che caldo e mondiali non annebbino ancor di più le nostre idee.

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Hypnolook, per gli amici Jack, divoratore assiduo di ogni forma d’arte audiovisiva. Teatrante nel tempo libero, si nutre quotidianamente di cinema in tutte le salse. Folgorato dai maestri Kubrick, Hitchcock e Allen, cataloga con minuzia, cita e appena può commenta, le centinaia di visioni annuali su uno spazietto web battezzato “vertovianamente” Kinoglaz.