A serious man
I Coen l’hanno fatto ancora. Ancora una volta hanno fatto partire la loro magnifica giostra dell’assurdo, lasciando come al solito gli spettatori, una volta finito il film, davanti a un bivio: inserire i due registi nella categoria dei “geni del cinema” oppure in quella dei “pazzi sfrontati”. Ovviamente noi non possiamo propendere che per la prima.
Con “A serious man” i Coen scelgono di affrontare di petto la comunità ebraica americana del ceto medio, quella a cui appartengono e nella quale sono cresciuti. E comunicano questa scelta agli spettatori immediatamente, con un prologo che in un primo momento lascia spiazzati, ma che in realtà annuncia il tema del film e dà una chiave di lettura. Veniamo quindi catapultati in uno shtetl (villaggio) polacco del XIX secolo, dove una coppia di ebrei – che parlano l’antichissima lingua yiddish – è alle prese con un dybbuk, ossia uno spirito di un non-morto.

Dopo questa breve parentesi, a tratti inquietante, a tratti esilarante, i Coen stringono la camera sul 1967 e su Larry Gopnik (lo sconosciuto Michael Stuhlbarg), un mite professore di matematica precario di una cittadina del Midwest americano. In particolare si soffermano sulla sua famiglia e le sue disavventure. Tante, in verità. In ordine sparso: la richiesta di divorzio rituale della moglie (Sari Lennick), che gli preferisce il vecchio Sy Abelman (Fred Melamed), la preparazione del Bar mitzvah del figlio Danny (Aaron Wolff), impegnato più che altro a farsi canne e ad ascoltare i Jefferson Airplane, i frequentissimi lavaggi di capelli della figlia Sarah (Jessica McManus), che tra uno shampoo e l’altro continua a spillargli di nascosto soldi nella speranza di una rinoplastica, la cisti sebacea del fratello Arthur (Richard Kind), i ripetuti tentativi di corruzione da parte di uno studente coreano.
E così Larry si rifugia nella sua fede chiedendo consiglio a tre diversi rabbini, con la speranza di riuscire a trovare la chiave d’interpretazione della sua vita. Speranza vana, che lascia Larry (e gli spettatori) con un senso di vuoto e di pessimismo, mettendo tutti di fronte all’impossibilità di decidere sulla verità assoluta delle cose.
Joel ed Ethan Coen, in forma smagliante in questo film, scelgono Larry come loro bambola voodoo, approfittando poi delle sue reazioni per spiegare (neanche tanto esplicitamente) quanto sia vano affannarsi cercando risposte ai dubbi e alle domande della vita. L’unica risposta la forniscono loro, affidandola proprio al prologo: “Accetta con semplicità tutto quello che ti succede”. Mistici. Geniali.















