Luchino Visconti, il senso di un cinema che non c’è più

C’è stato un tempo in cui il cinema italiano è stato il faro che orientava gli artisti di tutto il mondo, un riferimento a cui era impossibile non guardare. L’Italia, culla del Neorealismo e della commedia, patria di un cinema scritto da personalità irripetibili che ancora oggi restano esempi per chiunque voglia cimentarsi con questa meravigliosa, ma difficile arte. Certo con le logiche industriali, i tempi sempre più ridotti e il pallino dell’incasso, oggi la cinematografia americana rappresenta quasi la totalità del mercato mondiale, dove tuttavia emergono nuove realtà, la cui ribalta rischia di soffocare un cinema italiano sempre più in crisi di idee, di qualità e di pubblico. Spaventa, dunque, dato il nostro glorioso passato, che il riconoscimento ad un film italiano venga accolto come un evento raro ed eccezionale.

A quel tempo la cinematografia italiana brillava e faceva scuola, forse nel periodo più difficile per l’arte, quello del confronto con la realtà sociale e politica di un mondo che usciva dal suo più disastroso ed esteso conflitto, materiale e morale. Furono proprio i registi italiani a reinventare il linguaggio del cinema, con pellicole che accompagnavano grandi prove formali, ma anche riflessioni dai contenuti efficaci che abbracciavano tanto la grande storia quanto le piccole storie dei protagonisti. Registi come Rossellini, De Sica, Antonioni, Fellini hanno scritto pagine fondamentali per il destino del cinema e dei suoi mezzi.

Del cinema del dopoguerra, del Neorealismo e di tutto ciò che è stato suo “post”, è impossibile non soffermarsi sull’immenso apporto creativo di una personalità tra le più originali ed incisive del cinema italiano, quella di Luchino Visconti.  Le sue sono vere e proprie opere d’arte, patrimoni della nostra cultura e monumenti di un cinema che oggi non esiste più. Regista minuzioso, accurato e mai casuale, tra i più grandi costruttori di senso, giocando con il titolo di una delle sue più grandi opere. Come pochi Visconti coglie il senso del discorso, raccontando il percorso di un’Italia in continuo e contraddittorio cambiamento.

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Sin da subito il cinema di Visconti nasce profondamente legato allo studio delle fonti, siano esse documenti storici, romanzi o dipinti da rielaborare al servizio del linguaggio cinematografico. È così per il suo primo lavoro cinematografico, ‘Ossessione’, un film del 1943 ispirato al romanzo ‘Il postino suona sempre due volte’. La trama racconta di un tragico amore clandestino che si consuma su uno scenario in cui traspare una velata critica al regime fascista che segna già un complicato rapporto tra Visconti e la censura destinato a incidere in diversi punti della sua carriera.

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A guerra conclusa, nel 1948, Visconti si propone con ‘La terra trema’, grande capolavoro neorealista, ispirato a ‘I Malavoglia’, celeberrimo romanzo di Verga, autore fondamentale per il regista. Un filo conduttore tra Verismo e Neorealismo che Visconti sviluppa in una denuncia dell’oppressione che il sistema esercita sull’individuo, il tutto recitato in un fedele dialetto siciliano.

Gli anni ’50 sono gli anni di ‘Siamo donne’, ‘Le notti bianche’ e ‘Bellissima”, con Anna Magnani, in cui è messa in luce il cinismo del mondo del cinema, ma soprattutto la speranza disperata riposta in un futuro migliore, da assicurarsi anche cedendo a compromessi. È l’eredità morale di chi si trova in bilico tra un passato traumatico risalente alla guerra e un futuro che si prospetta fin troppo promettente a causa di un benessere le cui conseguenze saranno difficili da gestire.

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Sono soprattutto gli anni di ‘Senso’, pellicola del 1954 frutto di una drastica operazione di censura che costrinse Visconti a ripensare interamente la struttura del film. Siamo nell’imminenza della Terza Guerra di Indipendenza, lo scenario è quello veneto dove la contessa Livia Serpieri, patriota che porta il volto di Alida Valli, cede alla corte di Franz, un tenete austriaco. Mentre si combatte per l’Unità d’Italia i due sono protagonisti di un intreccio di tradimenti che il regista più volte suggersisce coi suoi giochi di inquadrature, di specchi e di dietro le quinte. La donna tradisce i suoi ideali consegnando al suo amante il denaro destinato alla guerra, a sua volta Franz non ha fatto che ingannare Livia per poter usare quei soldi per corrompere un medico e disertare. Visconti parla di tradimento, riflettendo metaforicamente su come il Paese sia venuto meno ai propositi emersi con la Resistenza, momento fondamentale della nostra storia, ma anche svolta mancata per dare all’Italia un percorso differente. Il film mette in risalto anche le enormi qualità del regista, che pensa la struttura di ogni scena in maniera motivata, con una particolare attenzione all’emotività cromatica di ambienti e costumi, che ricalcano quasi alla perfezioni famosi esempi di pittura, ad esempio le tele di Hayez e Fattori.

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Gli anni ’60 per Visconti si aprono con l’enorme successo di ‘Rocco e i suoi fratelli’, in un anno d’oro per il cinema italiano, che vede l’affermarsi a livello mondiale di pellicole straordinarie, una su tutti ‘La Dolce Vita’ di Federico Fellini. ‘Rocco e i suoi fratelli’ si avvale di una struttura molto elaborata, divisa in capitoli che abbracciano un lungo arco di tempo e che raccontano le complesse vicende di una famiglia lucana emigrata nella grande metropoli di Milano. Cinque fratelli che rappresentano cinque diversi approcci sulla questione dell’incontro/scontro tra due realtà agli antipodi, quella arcaica e tradizionale del Sud e quella frenetica e cinica del Nord. Dalla totale integrazione al disagio del benessere, Visconti racconta tutte le sfaccettature di un processo come quello del boom economico, momento felice per il popolo italiano, ma allo stesso tempo portatore di ombre ancora oggi irrisolte. Tra i meriti del regista quello di aver portato alla luce un fenomeno poco raccontato, quale quello della migrazione interna, l’incontro da due mondi diversi la cui congiunzione poteva portare anche alla distruzione dell’individuo e della famiglia, istituzione destinata a cambiare. A dare vita a questo mosaico, in cui non mancano scene dalla portata simbolica, atmosfere da tragedia greca e i soliti disguidi e boicottaggi da parte della censura, un cast eccezionale di attori, tra cui spiccano Alain Delon e Renato Salvatori.

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In questo decennio, che conta anche film importanti come ‘Lo Straniero’ e ‘Boccaccio ’70’, un film ad episodi che ancora una volta fa il punto sulle contraddizioni del miracolo economico secondo il punto di Vista di Visconti, Monicelli, De Sica e Fellini, il regista mette a segno un’altra gigantesca riflessione che entra nel cuore delle questioni più calde del nostro Paese. Si tratta de ‘Il Gattopardo”, adattamento cinematografico del romanzo di Tomasi di Lampedusa. Sul set un fenomenale Burt Lancaster, un ritrovato Alain Delon ed una giovane ed eccezionale Claudia Cardinale. ‘Il Gattopardo’ è certamente uno dei film più iconici e imprescindibili della storia del cinema, una trasposizione che Visconti incentra principalmente sulla figura del Principe di Salina, un uomo che racchiude in sé il destino di un’intera epoca che volge al tramanto, un passaggio quasi impercettibile di potere dall’aristocrazia alla borghesia, una nuova classe sociale emergente. È ancora una volta il racconto di una svolta mancata, di un cambiamento che si presentava drastico e che invece nasconde una sostanziale stasi delle cose. È il racconto di un uomo consapevole del suo declino in un mondo che ormai non gli appartiene più. Tornano dunque i temi cari alla riflessione di Visconti, non ultimo quello di una questione meridionale sempre viva nel dibattito sociale del tempo. È un film storico, ma quanto mai moderno e attuale, ancora una volta costruito con strabiliante cura dei particolari e con usi metaforici di rara genialità.

Sono esempi di enorme maestria i film che portano la firma di Visconti, così come i più recenti ‘Morte a Venezia’, ‘Ludwig’ e ‘L’innocente’. Un regista di rara classe e di lungimiranza, allievo di Jean Renoir, con una grande tradizione teatrale e musicale alle spalle. L’esempio più alto di come la riuscita di un film passi attraverso l’attento incastro di diversi componenti, che riguardano certamente la forma, ma in particolar modo il contenuto dell’opera, volto a dare un significato al messaggio che si sta comunicando.

Quelli di Luchino Visconti, oltre che eleganti racconti estetici, sono anche interessanti e centrati editoriali sulla società, sulla politica di un Paese dal funzionamento complesso come è l’Italia. Il lavoro di Visconti è quello di riprendere sul serio lo stato delle cose, di usare il cinema come occasione per riflettere sull’andamento collettivo e di inquadrarne le questioni più spigolose, senza cercare di sviarle e non con un qualunquismo e con una demagogia sociale di cui oggi si abusa in un cinema sterile e accomodante in cui si sfiorano i problemi concreti per strizzare l’occhio al pubblico ma senza il coraggio di affrontarli veramente. Visconti è da considerare un maestro del cinema non soltanto per gli impareggiabili livelli tecnici che ha dimostrato nel corso della sua attività, ma soprattutto perché non è mai venuto meno a questo coraggio, proponendo un cinema di contenuti e di critica, di senso e di analisi, e tutto questo regalando sempre capolavori che non sentiranno mai il peso del tempo che passa.

 

Alberto Pinto,Blogger dall’indole geniale e creativa. Attento, divertente, pungente, appassionato di musica, cinema e tutto ciò che è comunicazione. Penna originale e ironica, mai banale. Sempre pronto a buttar l’occhio al di là delle apparenze, dove gli altri non sempre guardano.

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