Quentin Tarantino, tra violenza e riscoperta

“Il mio cinema o si ama o si odia”. Chi pronuncia questa frase è un giovane Quentin Tarantino. Siamo nella prima metà degli anni ’90 e il regista di Knoxville è fresco di Palma d’oro per Pulp Fiction, il suo terzo film. All’appello mancano ancora molti dei suoi successi futuri, ma Tarantino sembra avere già un’idea chiara di quello che sarà il suo lavoro negli anni a venire. A dispetto della frase perentoria il suo sarà un cinema ricco di sfumature e suggestioni, ma è davvero così, o si ama o si odia. In entrambi i casi, però, lo spettatore non può ignorare che Quentin Tarantino è il regista che negli ultimi anni ha saputo imporre più di tutti una cifra stilistica personale, giocando con le tecniche, costruendo immagini originali e curando in ogni dettaglio cult meravigliosi che, dietro la superficie del grande schermo, nascondo in profondità studio, passione, cultura e rischio.

Cresciuto in una città stimolante come Los Angeles, Tarantino coltiva sin da ragazzo la passione per il cinema e la sceneggiatura e arriva addirittura a lavorare come maschera in un cinema a luci rosse e come commesso in un videonoleggio. Entrare a far parte di quel mondo sembra essere scritto nel suo destino, un destino a cui il giovane Quentin si aggrappa con i denti arrivando così ad ottenere i primi ingaggi da attore. Un genio così esuberante e un background culturale cinematografico così particolare, però, sono sintomi di un talento che si esprime al meglio dietro alla macchina da presa, in veste di sceneggiatore e di regista.

L’entusiasmo e la passione che Quentin ha negli occhi quando parla di cinema fanno si che le persone a lui vicine, come amici e colleghi, partecipino al suo ambizioso progetto, girare un film scritto da lui intitolato “My Best Friend’s Birthday”, un’opera in bianco e nero rimasta incompiuta di cui oggi non restano che 34 minuti a causa dei danni subiti dalla pellicola. L’inizio non è dei migliori, ma Quentin non si dà per vinto, e visto come sono andate le cose, la sua perseveranza è stata decisamente premiata.

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Dopo cinque anni, nel 1992, il regista mette a punto un film destinato a diventare un must per tutti gli appassionati di cinema d’autore. Sugli schermi arriva “Reservoir Dogs”, in Italia conosciuto come “Le Iene”. Un gruppo di rapinatori viene arruolato per mettere a segno un colpo di diamanti. Ad ognuno di essi viene assegnato il nome di un colore. Tra di loro anche un poliziotto sotto copertura, Mr. Orange. Il film mette in risalto quelli che saranno i cardini del lavoro di Tarantino e, tra citazioni raffinati, salti temporali, dialoghi sarcastici e sparatorie rocambolesche scopriamo l’esito surreale e cinico dell’operazione. A prendere parte a questo straordinario progetto dai toni noir, ma dalle influenze proventienti anche dal cinema asiatico e dalla Nouvelle Vague francese, attori come Steve Buscemi, Tim Roth e Harvey Keitel, nonché lo stesso Tarantino nei panni di Mr. Brown.

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Soltanto due anni dopo rispetto al complesso film d’esordio, Tarantino fa il bis di straordinarietà con l’acclamato “Pulp Fiction” dove, oltre agli stessi Roth, Buscemi e Keitel troviamo talenti come Samuel L. Jackson, Bruce Willis, Christopher Walken, ma soprattutto un magnifico John Travolta e una pazzesca Uma Thurman, femme fatale che di Tarantino diventerà prima musa e poi compagna. Storie che si intrecciano, una violenza che acquista man mano una sua estetica ed una sua ironia e un’atmosfera irresistibile che oscilla tra il gangster e il pulp, come didascalicamente suggerito dal titolo. Una Palma d’Oro a Cannes e ben sette nomination agli Oscar lanciano la figura di Tarantino regista agli occhi del cinema che conta.

Nonostante questo Tarantino non si tira mai indietro di fronte alle sfide e negli anni ’90, tra le altre cose, partecipa come regista e sceneggiatore ad uno degli episodi di “Four Rooms”, si cimenta con una trasposizione letteraria con “Jackie Brown” e si affaccia al mondo della televisione dirigendo un memorabile episodio della serie tv del momento, il medical drama “E.R.”.

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Dopo ben sei anni di silenzio, nel 2003, Quentin Tarantino spiazza ancora una volta tutti con un vero e proprio capolavoro, una ragnatela narrativa articolata e avvincente dove violenza fa rima con femminilità. È la prima parte di “Kill Bill”, che vedrà un epilogo l’anno successivo in “Kill Bill vol. 2”. Per la realizzazione di questo film Tarantino scava nell’action movie, nei film di arti marziali asiatici dove violenza e spiritualità si fondono insieme, ma anche nel manga giapponese, che copre un intero capitolo del film, ancora una volta sezionato in frammenti cronologicamente sfasati a ricostruire la vendetta di un signor personaggio, fragile e spietato, che ha il volto freddo e conturbante di Uma Thurman. Tarantino impregna di mitologia ciascun personaggio, a partire proprio da La Sposa, personaggio che a tratti, con ogni probabilità, estae dalla letteratura del visionario Thomas Pynchon, altresì denominata Black Mamba, come il serpente letale che dopo aver colpito concede alla sua vittima soltanto cinque passi prima di farle esplodere il cuore. Alla base una storia d’amore, ma nel mezzo una miriade di scene splatter, di combattimenti tra donne spietate, di dialoghi profondi, di gesti di combattimento esasperati  un po’ da b-movie e di lotta tenace contro sé stessi. I trionfo di Uma Thurman, ma anche la straordinaria interpretazione di David Corradine, il fascino orientale di Lucy Liu e la trasformazione ironica, sensuale e letale di Daryl Hannah, riabilitata dopo una carriera poco entusiasmante.

Grande creatore di ambientazioni, archeologo del cinema e contaminatore di arti, Quentin Tarantino si cimenta anche con una scena dello sperimentale e fumettistico “Sin City” diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez, nonché con la regia dell’episodio finale della quinta stagione del crime per eccellenza, “CSI”, che verrà girato in doppio episodio e che avrà il titolo per nulla casuale di “Sepolto Vivo”, a citare una delle disavventure della protagonista di Kill Bill.

Sono ancora molti, però, i generi cari a Tarantino che il regista non ha ancora esplorato direttamente. Lo farà con i lavori successivi, quali “Grindhouse”, horror dove si sente forte l’influenza e la passione giovanile per il cinema di Dario Argento, e per quello italiano in generale e in cui fa uso di effetti speciali volutamente grezzi. Regia condivisa con l’amico Robert Rodriguez e fatta con il cuore in ricordo dell’approccio al cinema condiviso un tempo.

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È la guerra, invece, a caratterizzare “Bastardi Senza Gloria”, una sorta di spaghetti western con cui il regista omaggia uno dei film da cui è rimasto maggiormente colpito, “Quel maledetto treno blindato” di Castellari, che fa un’apparizione in questo meraviglioso successo del 2009 che ha tra i protagonisti un fantastico Brad Pitt e Cristoph Waltz, che vince l’Oscar come miglior attore non protagonista. Lo scenario e quello sbarco in Normandia durante la seconda guerra mondiale, in cui la lotta tra Alleati e nazisti richiama gli scontri dell’antico West. Ancora una volta la solidità della trama e la spiccata personalità dei personaggi assicurano a Tarantino un prodotto forte, intenso, incisivo e violento. Una personale e significativa visione del regista in una efficace ricostruzione d’epoca in cui gli eventi si intrecciano e si determinano in pieno stile Tarantino.

È chiaro che l’attacamento al genere wester, soprattutto nella sua declinazione italiana magistralmente cresciuta e connotata con il lavoro di Sergio Leone, è forte nella visione artistica di Tarantino, che fa molto riferimento al cinema italiano passato, non soltanto western, ma anche poliziesco e della commedia sexy. Non può mancare, dunque, la preponderanza western in uno dei suoi lavori maggiormente significativi, realizzati ancora una volta ripescando nell’immaginario e nella cultura cinematografica comune e riadattandolo, allo stesso tempo con ironia, sarcasmo e dramma, in chiave moderna. Si tratta di “Django Unchained”, eccelsa prova di regia con Jamie Fox, Cristoph Waltz e Leonardo Di Caprio. Ancora una volta estetica della violenza, splatter si uniscono ad anima e profondità dei protagonisti e carattere della storia. Un successo mondiale e due premi Oscar per quella che è un’antologia, affatto conclusiva e in divenire, dei temi portanti del cinema di Tarantino.

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Moventi forti che accecano gli uomini e li spingono a violenze efferate, che fanno parte dell’animo umano così come la sete di vendetta e di potere. Riflessioni interiori, forza d’animo. Tanta introspezione quanta vita a contatto con il mondo e con le sue crudeltà. Quentin Tarantino è oggi uno dei veri uomini di cinema a concepite i suoi lavori come universi paralleli in cui tutto è studiato e dove ogni cosa narrata e visibile è forte di un intelaiatura di motivazioni e di fondamneta invisibili, ma che fortificano la concretezza e la riuscita di quanto presentato al pubblico. Un grande lavoro di superficie, talvolta architettato nel corso di anni, che si uniscono ad un citazionismo non fine a sé stesso, ma che si traduce in un’alchimia di suggestioni, di riferimenti e di influenze colte nell’arco di una lunga e sapiente esperienza fruttuosa, secondo cui nulla va abbandonato con superficialità, ma dove ogni aspetto è degno di riabilitazione, di attenzione e di elevazione. Quentin Tarantino è la prova che solo con un’estesa conoscenza degli strumenti e delle tecniche è possibile agire con qualsiasi mezzo e con qualsiasi idea, anche apparentmente poco incisiva o snobbata. Padroneggiare, rischiare, giocare con gli stili pu sortire effetti inaspettati e da essi trarre linfa per qualcosa di realmente nuovo che non può che uscire da noi stessi e dalla nostra creatività.

Alberto Pinto,Blogger dall’indole geniale e creativa. Attento, divertente, pungente, appassionato di musica, cinema e tutto ciò che è comunicazione. Penna originale e ironica, mai banale. Sempre pronto a buttar l’occhio al di là delle apparenze, dove gli altri non sempre guardano.

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