“La mafia uccide solo d’estate”, Pif illumina il cinema italiano

In un cinema italiano che assicura facili incassi con temi leggeri e un po’ melensi, o con improbabili storie di improbabili personaggi che presumono di raccontare un popolo che da tempo non si rispecchia nelle loro storie di intrighi, inscenati tra sfarzi e marchette, per nostra fortuna c’è chi ha ancora qualcosa da dire.

 

Il “colpevole” in questione, su cui è il caso di soffermarsi, è Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, noto soprattutto per le sue vicende televisive nel programma “Le Iene” e nella creatura tutta sua “Il Testimone” che, con estrema semplicità, racconta spaccati di vita italiana diametralmente opposti tra loro ma dall’impatto concreto ed efficace.

 

È con il medesimo linguaggio, ancora più marcato, tra l’estremamente serio e l’ironico (un ironico sensato e geniale e non sboccacciato e fine a sé stesso a cui in troppi ci hanno abituati) che Pif porta sul grande schermo un film a tratti biografico come “La mafia uccide solo d’estate”. Biografico apparentemente per quanto riguarda Pif stesso, ma di fatto biografico per una città, per una generazione, ma probabilmente per un’interna nazione.

 

Pif, tramite i suoi personaggi, racconta di una cittadinanza palermitana divisa in due, sospesa tra la quotidianità che continua a scorrere normalmente,  fatta di momenti comuni ed universali, ed un altro tipo di quotidianità, una quotidianità che aleggia cupamente, ma che ciascuno sembra ignorare. È la quotidianità di sangue che comporta il convivere con una realtà come la mafia.

 

Il piccolo Arturo, che nel film vedremo crescere e assumere il volto di Pif, avverte questa realtà, nonostante tutti, i genitori in primis, ne parlino come un qualcosa che non li riguarda e che appartiene ad altri, quasi una favola.

 

Il film, giocando sull’ilarità e sul registro comico fa scaturire come un tuono la durezza degli eventi tragici che hanno colpito il nostro Paese procurandogli ferite ancora oggi dolorosissime. Da qui l’agghiacciante consapevolezza che ognuna di queste tragedie, come l’uccisione di Falcone, di Borsellino o di Chinnici, ha colpito uomini che hanno lottato per il bene comune, anche di chi è rimasto indifferente davanti a tutto quello che gli accadeva intorno, senza dir niente, senza pensare che in qualche misura gli riguardasse.

 

Pif rappresenta il riscatto di quella generazione tenuta all’oscuro, ma che crescendo ha sentito l’esigenza di far qualcosa, anche solo di parlarne, anche  se parlare, spiegare ed affrontare la realtà è più difficile che ignorarla. A Pif, oltre che un plauso per lo stile nuovo ed originale che con questo film ha portato sul grande schermo, portando in superficie la semplicità e in profondità la complessità (e non il contrario) che un progetto del genere richiede, va anche il merito di aver parlato agli italiani degli italiani stessi, dei loro problemi reali, ma anche delle loro sorprendenti potenzialità.

Alberto Pinto,Blogger dall’indole geniale e creativa. Attento, divertente, pungente, appassionato di musica, cinema e tutto ciò che è comunicazione. Penna originale e ironica, mai banale. Sempre pronto a buttar l’occhio al di là delle apparenze, dove gli altri non sempre guardano.

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