Mortacci

L’estate ormai sembra essersi definitivamente insediata, i palinsesti si impoveriscono di inutili programmi, sozzerie et similia per dar spazio ad un maggior numero di film interessanti. E’ facile così imbattersi in qualche bel Perfect/Stranger, come quello che ho visto proprio l’altra sera, dopo averlo registrato la notte precedente su Rete 4. Qualcuno magari l’avrà visto, anche per il consiglio di Low Cost, qualcun’altro lo avrà malauguratamente perso. Ne parliamo quest’oggi soprattutto per questi ultimi, con la speranza che riescano a recuperarlo la prossima volta.

Il film in questione è Mortacci, del borgataro per eccellenza Sergio Citti, cresciuto artisticamente sotto la guida del suo mentore Pier Paolo Pasolini, dal quale trae certamente ispirazione per stile e toni. Lo spunto, a quanto pare, è partito proprio da un’idea discussa col maestro, diventata poi realtà con la realizzazione del lungometraggio nel 1989. Come si evince dal titolo, il grande tema portante è la morte, vista e raccontata dai protagonisti in tutte le sue dimensioni, prima, durante e dopo. Infatti, come viene spiegato nella prima parte da Tommaso Grillo, il personaggio più anziano del gruppo interpretato da Galeazzo Benti, loro sono morti, ma lo erano anche prima, quando credevano di essere vivi, e lo saranno ancora dopo, quando saranno liberi dalla loro situazione di attesa. Passano di morte in morte finché ci sarà qualcuno a ricordarli nella dimensione precedente. Tutta la vicenda si svolge all’interno di un cimitero, dove il cinico custode Domenico, interpretato con maestria da un istrionico Vittorio Gassman, depreda le salme senza scrupoli, trafugando dalle loro bare gioielli e vestiti. Il tutto davanti agli occhi delle centinaia di anime che popolano il cimitero, deridendo il comportamento dei presunti vivi. Le anime sono sospese in una sorta di limbo, e dovranno rimanere nei pressi dei loro resti finché ci sarà qualcuno che si ricorderà di loro. Da questo nucleo centrale partono poi le singole storie dei protagonisti, raccontate tutte sotto forma di flash-back, e segnalate da un preciso movimento di macchina, una carrellata in avanti sugli occhi del narratore. Le vicende sono tutte esilaranti, a partire da quella di Lucillo, un giovanissimo Sergio Rubini, soldatino timido e imbranato che partito dal suo paese per una missione militare, ritorna qualche anno dopo ritrovando un mercimonio sulla sua immagine di presunto eroe di guerra; e poi Angelo Cuoco, detto “Scopone”, un playboy da strapazzo interpretato da Andy Luotto, che muore di vergogna a causa della sua “ossessione” per i fondoschiena femminili; e poi un atipico Malcolm McDowell, attore di teatro che a furia di recitare la parte di un uomo morente finisce per morire davvero; e c’è anche spazio per uno “scambio di morto”, il povero Donald O’Brien“scaricato” ad Alvaro Vitali per errore facendogli credere che è il padre morto in America. Collante degli episodi è il trucido Domenico, il custode Gassman, che finirà per unirsi con l’allegra compagnia. Il ritmo e i toni rimangono sempre negli schemi del grottesco, ma non si nasconde un certo clima onirico e diversi messaggi filosofici, secondo le intenzioni dell’autore. Secondo la lezione di Totò la morte viene vista come una livella, dove tutti stanno sullo stesso piano senza blasoni o privilegi; ma la differenza qui sta nel fatto che ci stanno tutti allegramente, il nobile e il borghesuccio, il soldatino e il ladruncolo, senza screzi da “marchese” e “netturbino”.  Anzi, proprio da Gennaro prendono il monito “Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive” e deridono i comportamenti dei vivi che vanno a onorare i loro resti al cimitero. La storia procede con toni favolistici, tutto viene visto con serenità e distacco. Si respira un’aria onirica tra le pieghe del racconto, lo spettatore resta allucinato dalle visioni ultraterrene dall’inizio alla fine, rimanendo pervaso da quest’umorismo poetico. L’ironia e il sarcasmo non scadono mai nella volgarità, nemmeno nell’episodio più godereccio, quello di “Scopone” Andy Luotto.

Citti, attraverso il racconto della morte, ci da un’amara ma disincantata riflessione sulla pochezza della vita, sui vani obiettivi, sulla precarietà di ogni cosa e sulla memoria dei defunti. Siamo perennemente morti, anche da vivi. Stiamo nella continua attesa di un passaggio ad una nuova condizione, di cui non sappiamo granché. Le anime del film aspettano la morte dei loro cari, perché solo quando non ci sarà più chi li ricorda sulla terra, potranno lasciare il limbo per passare alla dimensione successiva. Cosa ci sta dopo? Citti non lo dice, non lo mostra e lascia volutamente tutto nell’indeterminatezza. Anche i vivi, dopo tutto non sanno che li aspetta questa permanenza forzata al cimitero, così i morti non conoscono la loro sorte futura. Però aspettano, compiacendosi nel vago. Il regista, con il suo stile da “menestrello di borgata”, riflette e critica amaramente pur dando alla sua storia colori soffusi, un clima crepuscolare che mantiene a galla significati romantici. E colpisce anche la scelta del cast: così come nella morte le anime stanno in una condizione di assoluta parità, qui vengono raggruppati attori di natura ed estrazione diversa come l’immenso Gassman e il giovanissimo Rubini, “l’Arancia Meccanica” MacDowell e lo scanzonato Luotto, l’eclettica Melato e il giullare Vitali. Tutti sullo stesso piano, senza prime donne, e tutti diretti con garbo e grazia pasoliniana da un bravissimo regista quale fu Citti, purtroppo sottovalutato e/o poco conosciuto.

Andiamo alla nota dolente, ovvero quella che ci porta settimanalmente qui a ricercare un film poco conosciuto da segnalare: la reperibilità. Non ho trovato traccia di DVD e a dire il vero non credo ci sia mai stato. Esiste qualche vecchia copia in VHS reperibile a prezzi non indifferenti su eBay, ma nulla di più. Il passaggio in TV dell’altra sera è stato probabilmente un miraggio, non è detto che si potrà sperare di più che in qualche riprogrammazione annuale. E’ un vero peccato, visto che il film merita di essere visto e rivisto, e potrebbe andare anche in prima o al massimo in seconda serata, non essendo un titolo di limitata comprensione. E’ un film assolutamente proponibile al grande pubblico, ma per un fato distorto rimane circoscritto alla ristretta cerchia dei cinefili.

Al prossimo reperto.

Hypnolook, per gli amici Jack, divoratore assiduo di ogni forma d’arte audiovisiva. Teatrante nel tempo libero, si nutre quotidianamente di cinema in tutte le salse. Folgorato dai maestri Kubrick, Hitchcock e Allen, cataloga con minuzia, cita e appena può commenta, le centinaia di visioni annuali su uno spazietto web battezzato “vertovianamente” Kinoglaz.

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